the predator poster

THE PREDATOR – Shane Black

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Tutto ha inizio nel 1987, momento dorato se ti ritrovi a maneggiare ingredienti come il cinema d’azione, l’esplorazione fantascientifica e Arnold Schwarzenegger.
Predator, per la regia di John McTiernan (autore poi di Die Hard atti due e tre), li applica e miscela in una ricetta saporita, un racconto di guerra precocemente contaminato da un’invasione extraterrestre, fatta di poderosi alieni soldati, muniti di tecnologia futuristica, abilità mimetica ed armi letali.
Poi da cosa nasce cosa, il cult dà vita a due seguiti (distanziati vent’anni uno dall’altro!) e due crossover con l’altra leggenda sci-fi Alien.
Una saga è come un boomerang, torna sempre. Gli alieni in dreadlocks e mascherone marcano nuova visita al pianeta Terra, ancora in territorio di guerra, ancora armati fino ai denti: The Predator di Shane Black (Iron Man 3, The Nice Guys) scrive la sesta pagina.

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Il risveglio dei predators si gioca stavolta sull’asse della famiglia McKenna, da papà soldato Quinn (Boyd Holbrook, Logan) al piccolo Rory (Jacob Tremblay, Room), che accidentalmente armeggia con parti della corazza e “richiama” a sé gli alieni.
La famiglia si ricongiunge, braccata ma aiutata da un team di galeotti pseudo expendables (la spessa e sbracata linea comica) ed una scienziata determinata a studiare i piani coloniali e l’essenza scientifica degli invasori.
Seguono sangue, e quello si sapeva, e risate, che di fatto orientano il film verso una rotta opacamente originale.
La mappa di The Predator è ingannevole, i trascorsi tinti di comedy di Shane Black ingombranti. L’output è un film che sacrifica in toto la tensione, recinta persino il dilagare dei predators mentre salgono in cattedra due cose che non dovrebbero, e non possono da sole, trascinare un film del genere.
Leggi la prospettiva familiare del Rory bambino autistico e l’invasiva goliardia cameratesca dei soldati capitanati da Quinn (peraltro, stampino sbavato di quelli di Aliens). Eravamo qui per ridere, riflettere sui disturbi dello sviluppo o per il massacro?

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Ah, giusto, il massacro.
The Predator sa anche essere cattivello, generosamente sanguinario e offre almeno due o tre situazioni splatter che potrebbero diventare ottime immagini .gif.
Questo si potrebbe interpretare come sintomo di duttilità, ma il bilancio finale è deficitario e sta stretto: più che esperimento, il film di Black sa di minestrone che per far felici tutti (o meglio, essere equo) scontenta tutti.
La seconda ipotesi è avvalorata anche dall’estenuante, eccessivo cabarettismo dei protagonisti (tutti col carisma di Fassino, tra l’altro) in cui si smarriscono l’effetto nervoso e l’impatto di una letale minaccia dallo spazio profondo, di uno dei mostri più iconici, di una storia che in linea teorica dovrebbe tenere sul ciglio della poltrona.

2 PIZZE SU 5