l'inganno poster

L’INGANNO – Sofia Coppola

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Virginia, Guerra di Secessione: il soldato nordista McBurnley (Colin Farrell) giace in un bosco, gravemente ferito, affamato e disidratato.
Poco distante, per sua fortuna, sorge il Collegio femminile dell’austera Miss Martha Farnsworth (Nicole Kidman) ed è proprio una delle sue allieve a trovare il militare, soccorrerlo e trascinarlo fino all’imponente edificio.
McBurnley è nemico in terra ostile, ma la pietà cristiana prevale e così Martha e le sue studentesse si prendono cura del soldato, guarendogli le ferite e rimettendolo letteralmente in piedi. Ma un uomo aitante non può passare inosservato in un luogo di sole donne, penitenti e castigate; dalla convivenza forzata scaturisce così un calderone di intrighi, attrazioni e gelosie, che trasformerà la degenza in qualcosa di molto più torbido e distruttivo.

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L’Inganno, adattamento del romanzo omonimo del ‘66 di Thomas Cullinan, è il sesto film di Sofia Coppola, esponente di spicco del club dei registi che “li odi o li ami”.
La consecutio non è casuale: della Coppola personalmente salvo solo il papà, ed anche L’Inganno mi risulta un pallido bagnoschiuma al pino silvestre, che mi scivola addosso e finisce nel gorgo dell’oblio appena dopo i titoli di coda.
Filtrato da una bella storia letteraria, ambigua e sfumata verso l’oscuro, e da un precedente adattamento cinematografico (assai migliore, La Notte Brava Del Soldato Jonathan, ’71, di Don Siegel), l’esercizio della Coppola non regala novità narrative, ma ravviva e riarrangia senza particolare fantasia la materia prima di cui dispone.

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Nei succinti 90 minuti de L’Inganno, i temi portanti si affacciano sullo schermo in modo perlopiù innocuo, dall’attrazione sessuale allo sfondo storico, dagli istinti primordiali alle debolezze umane: l’approccio infiocchettato della Coppola smorza le fiamme di vicende potenti (sadiche, quasi horror), i suoni perennemente hipster (dei Phoenix, ma non siamo più nel 2003) evaporano senza lasciare traccia.
Anche la regia della Coppola sembra prefabbricata e ripetitiva, più dedita alla copertina che al libro; perché si sia meritata il riconoscimento a Cannes 2017 è un vero e proprio enigma.
La conduzione da compitino è comunque compensata dal ricco cast, ben amalgamato e capace di coprire tutti gli spazi: soprattutto il duo Kirsten Dunst – Elle Fanning e le loro antitetiche, irresistibili sensualità. Il picco di tensione erotica nella fase centrale del film è merito loro, ed è la scintilla che prelude al precipitare degli eventi; qui finalmente la pellicola si sporca un po’, gridando l’invettiva finale sulle miserie dell’animo umano, sul potere maligno delle privazioni e le imperiture fratture micro- e macro-americane.
Ma il libro di Cullinan avrebbe meritato comunque qualche cura sostanziale in più, e meno orpelli.

5,5/10

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