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GREEN BOOK – Peter Farrelly

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Uno dei film più attesi della stagione, già ricoperto da nomination e riconoscimenti, è senza dubbio Green Book: una storia vera di amicizia ed empatia on the road, raccontata con inattesa grazia dall’ex goliardico Peter Farrelly (Scemo & Più Scemo, Tutti Pazzi Per Mary), con una genesi tutta da raccontare.
Partiamo da Nick Vallelonga, regista ed attore che porta impresse nella memoria le pittoresche vicende del padre Tony “Lip”, buttafuori italoamericano nella New York City di inizio anni sessanta.
Una di queste, la più incredibile e commovente, riguarda l’incontro tra il rude Tony e l’elegante pianista afroamericano Don Shirley: il primo assume il secondo come autista per un lungo tour nel sud degli Stati Uniti, nel periodo in cui la segregazione razziale scavava le più profonde ferite della sua tragica parabola.
Dall’iniziale idiosincrasia, tappa dopo tappa, il duo matura uno straordinario, impronosticabile legame, un’amicizia di mutuo soccorso per sopravvivere alla faccia malvolente dell’America.
Un’avventura così non può che diventare un film, anzi: un ottimo film.

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Scritto proprio da Nick Vallelonga, con Brian Currie e Peter Farrelly e diretto da quest’ultimo, ed è proprio la sensibilità di cui Green Book è pervaso a colpire, lungi dalla commedia sbracata farrelliana e prodigo di intelligente e ironica sdrammatizzazione del dramma.
Green Book (questo il nome della guida da viaggio “dedicata” ai neri con l’elenco delle sistemazioni più “adatte”) rotola così verso sud presentandoci Tony (Viggo Mortensen) dai modi poco ortodossi, bianco ma immigrato di umili origini, e Shirley (Mahershala Ali), nero che ha sempre vissuto in un’élitaria e isolata bambagia artistica. Due umanità diametralmente opposte ma capaci di aiutarsi e insegnarsi cose, al cospetto di realtà troppo ruvide per non fare quadrato.
Attraverso battibecchi, incomprensioni e disordinati scambi di vedute emerge una scrittura stupefacente che sembra stradivertire con classe non solo noi, ma anche Mortensen e Ali mentre danno vita ai due personaggi.

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Green Book potrebbe accontentarsi di essere un’ispiratissima avventura “umana” on the road, ma ha anche voglia ed energie di raccontare tra una curva e l’altra gli indecenti errori di un passato prossimo.
E lo fa senza essere lacrimoso, senza logorrea patinata, senza stereotipia ma con una storia vera e tendenzialmente quotidiana, smascherandone i dolorosi, subdoli dettagli, denunciando la corruzione anche di elementi puri e purificanti come l’arte e la musica.
E provando (e riuscendo) ad incriminarli con un sorriso più o meno amaro.

3,5 PIZZE

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