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GOOD TIME – Benny Safdie, Josh Safdie

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Nei suoi illustri passaggi ai festival di Cannes e di Locarno, il dramma di microcriminalità Good Time aveva scavato solchi significativi, creando un vero e proprio fossato tra chi lo aveva adorato e chi invece lo aveva lasciato per strada prima dei titoli di coda.
Prima di decidere lo schieramento è opportuno sottolineare come il film, diretto dai fratelli Benny e Josh Safdie (Heaven Knows What), sia una produzione estremamente indipendente e a basso budget, fattore che, come vedremo (e come sempre), porta sul piatto qualche pro ma anche importanti limitazioni.

good time 1Poco “indie” è sicuramente il trittico di nomi da Hollywood che sposa il progetto: Robert Pattinson, Jennifer Jason Leigh e Barkhad Abdi (Captain Phillips, Blade Runner 2049) impreziosiscono il film, ma è solo l’ex vampiro di Twilight  e già pupillo di David Cronenberg a dare sostanza e ad attirare a sé la gravità del film. E’ infatti il suo personaggio Connie, sbandatello newyorkese come tanti, a compiere la sgangherata rapina che darà il via ad una tragica e inesorabile catena di crimini e di irreparabili conseguenze.
In particolare sarà l’arresto del suo complice, il ritardato fratello Nick (lo stesso Benny Safdie), a mandare Connie in tilt, spingendolo a una serie di gesti disperati per riaverlo con sé e sottrarlo al rude ambiente carcerario.
good time 2Come un autodistruttivo rilancio al gioco d’azzardo, con la posta sempre più alta e il rischio sempre più prossimo, Connie mette tutto quello che ha sul piatto, in una fuga surreale per le strade della Grande Mela, con i fari della polizia e le telecamere dei Safdie che lo seguono dall’alto e non lo mollano mai.
Che lo consideriate un exploit inatteso o una futile sperimentazione, Good Time è innegabilmente un film originale e spiazzante, di difficile incasellamento e, soprattutto, di forte personalità.
Quello che è un soggetto di seconda mano – rapina malriuscita e sue conseguenze – trova una declinazione particolare, intimista e violenta allo stesso tempo, che non fa solo suonare l’allarme da “il crimine non paga”, ma che si cimenta con dinamiche familiari, con i circoli viziosi indotti dalla disperazione e che nega prepotentemente la massima secondo cui, per ogni pantano, c’è sempre una via d’uscita.

Good Time è però un film a gasolio, e i Safdie ci mettono un bel po’ a prendere inerzia positiva, lasciando a metà qualche parentesi narrativa aperta avventatamente e nascondendo qualche momento polveroso di sceneggiatura sotto al tappeto. Si smarcano dalla staticità con qualche guizzo di talento, con un clima ed un’atmosfera stranamente narcotici (nel senso di droga), entrando e uscendo dal nucleo emotivo della storia con suggestive riprese aeree e utilizzando musiche di grandissimo impatto (di Daniel Lopatin, che coinvolge anche un guru del calibro di Iggy Pop).
good time 3Così facendo, i fatti di per sè un po’ stantii prendono sapore e l’odissea urbana di Connie, vero e proprio trip criminale, scorre meglio e più velocemente verso il fatale esito.
Il platinato Pattinson, largamente emancipatosi dai tempi dei canini luccicanti, si attiene ad un compitino sufficiente e fa da specchio ai gregari che incontra lungo il cammino; ma il protagonista di Good Time, paradossalmente, è quel Nick che esce precocemente di scena e continua a vivere nella missione del fratello, e nella sensazione che quando ci si sporca le mani l’“innocente” paga sempre più di tutti gli altri. O forse è il contrario, ed è l’unico a salvarsi per quanto possibile grazie alla sua ingenuità.
La morale del film resta sfuggevole e nebulosa come il tentativo di dargli un’etichetta: accarezzando almeno un pokerissimo di generi (il crime, il dramma, il thriller, la commedia nera e l’action), Good Time è come un discorso un po’ delirante, fatto dopo una cannetta da un amico che non hai ancora capito se sia un libero genio o un vacuo imbecille.
Ma, mentre decidi, capisci di non averne perso una parola. Ed è già sufficiente, forse, per escludere la seconda ipotesi. Guardare per credere.

6,5/10

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