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GHOST IN THE SHELL – Rupert Sanders

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– Recensione a cura di Andreina Di Sanzo –

Il Maggiore Mira Killian è una creatura unica nel suo genere, con lei la tecnologia ha raggiunto quasi la perfezione: partendo dal corpo di una ragazza umana, è stata resa un’arma molto potente che ha soltanto il compito di eseguire gli ordini. Ma se il suo “guscio” è frutto di un progetto meticoloso e accurato, ciò che sfugge anche alle tecnologie più avanzate di quel mondo ormai post cyber-punk è l’anima, il ghost.
ghostintheshell1Il Maggiore e la sua squadra devono catturare ed eliminare il terrorista Kuze, tuttavia quando Mira incontra questo oscuro personaggio quello che la sua anima cercava di non far svanire verrà irrimediabilmente riportato alla luce per far (ri)nascere in lei la fiamma di una coscienza che sembrava ormai perduta.
Il film di Rupert Sanders, versione live action dell’anime giapponese diretto da Mamoru Oshii, banalizza brutalmente il plot oscuro e complesso dell’originale, qualcosa di molto più retorico e piatto domina la scena, i buoni sentimenti annientano completamente tutto il discorso , soltanto accennato, delle conseguenze del progresso e della tecnologia sfrenata, mentre l’amore filiale si impone mestamente su tutta la parte finale. La sottrazione che però avviene sul piano del contenuto, sembra dare molto spazio alla forma. L’estetica di Ghost in the Shell è una spirale di colori, luci al neon, schermi, dove ologrammi di donne imponenti sovrastano la metropoli come Madri Natura di un futuro non troppo lontano. Le camere asettiche e fredde di scienziati senza scrupoli fanno da contrappunto agli enormi palazzi dormitorio dei reietti della società, sporchi e gremiti, dove individui senza identità vengono usati come cavie per i capricci di una società che corre troppo velocemente.
ghostintheshell2Tralasciando le polemiche e la complessità del discorso del “whitewashing”, quello su cui si potrebbe ragionare è l’utilizzo di Scarlett Johansson, e in particolare del corpo di Scarlett Johansson, come involucro alieno o tecnologicamente alterato. Difficile non pensare alla Lucy di Luc Besson (sebbene sia un film molto mediocre) e soprattutto all’alieno mangiauomini di Under the Skin di Jonathan Glazer. E’ il corpo femminile che viene dotato di poteri sovrumani caricati tanto di erotismo vitale quanto di forza letale. E’ come se la parabola femminista, che in Under the Skin raggiunge alcuni aspetti emblematici, abbia anche dei lasciti nella necessaria ribellione di Mira.
Menzione speciale per il momento di puro e glorioso godimento che vede “Beat” Takeshi pronunciare la battuta “Never send a rabbit to kill a fox”.

Andreina Di Sanzo

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