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EL CLUB – Pablo Larraìn

El Club

C’è una piccola casa, in una piccolissima città sulla costa cilena. Lì vivono quattro sacerdoti ed una suora, è un purgatorio isolato dove i cinque scontano la pena per i loro peccati: più o meno veniali, spesso tragici, non in linea coi dettami della madre chiesa. La tragica morte dell’appena arrivato padre Matìas distrugge la pace domestica e l’equilibrio dei suoi abitanti. Questi ultimi dovranno affrontare anche un severo consulente, inviato dal Vaticano, che indagherà sui fatti e sul passato perverso dei preti.
L’ipergettonato regista cileno Pablo Larraìn (No – I Giorni Dell’Arcobaleno) mette in scena una meraviglia contorta e brutale, un dramma multiplo che massacra tutti i suoi protagonisti (cast stupefacente), dal primo all’ultimo. Se sulle prime El Club può sembrare un pretesto per un’espressione anticlericale o di denuncia sociale, in realtà è altro, o perlomeno ben più di questo. Il giovane senzatetto che accusa Matìas di pedofilia scoperchia un vaso di Pandora che coinvolge non solo la vita della casa, ma anche gli equilibri di una micro comunità dove ognuno cura solo il proprio interesse, e nasconde la polvere sotto al tappeto.

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La filosofia di umanità, clero, giustizia e sessualità viene srotolata attraverso le parole degli ex uomini di chiesa ora allontanati e messi in quarantena come lebbrosi, ma il punto di arrivo non è imparare una lezione, bensì non nuocere più. Il quieto vivere ad ogni costo, perché conviene a tutti. Larraìn ci mette inizialmente ironia, poi alza i giri e chiude con estrema cattiveria: l’ultima mezzora del suo film è un sontuoso esempio di ferocia cinematografica che si conficca negli occhi e nel cuore. Da non perdere.

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