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BORG MCENROE – Janus Metz

Recensione a cura di Francesco Messina

Una citazione da Open di Andre Agassi apre Borg McEnroe, biopic incentrato su quella passata alla storia come la partita di tennis più avvincente e importante di sempre: la finale di Wimbledon 1980.
A onor del vero, il titolo del film – tratto dall’omonimo romanzo di Matthew Cronin – è quasi fuorviante, poichè il vero protagonista è il tennista svedese, mentre a “Super Brat” viene cucito un ruolo quasi da comprimario (di lusso, sia chiaro).
Il regista danese Janusz Metz (Armadillo; True Detective), scandinavo così come la produzione del film, senza ricorrere a immagini di repertorio ma girando tutto da zero, focalizza l’attenzione sulla figura di Borg, ex ragazzo prodigio, sex symbol, sovrano del tennis del suo tempo, alla vigilia della sua quinta possibile vittoria consecutiva all’All England Club, contro il giovane newyorchese, il ribelle e fumantino John Patrick McEnroe Jr, stella nascente dipinta dai media come la nemesi perfetta del robot del Nord.
Schermata 2017-11-08 alle 21.24.26Tuttavia, più il film procede più ci rendiamo conto che i due personaggi non sono in realtà così agli antipodi, dal momento che scopriamo che lo stesso Borg, così freddo, distaccato, metodico ai limiti dell’ossessione (durante il torneo deve salire sempre sulla stessa auto e dormire nella stessa camera d’Hotel, per citare un paio di episodi) da giovane era una testa calda, e la sua trasformazione è dovuta all’incontro con il capitano della squadra di Davis e suo futuro allenatore / mentore Lennart Bergelin (Stellan Skarsgård) che riuscì a far confluire l’energia, a volte distruttiva, del giovane Bjorn, in una concentrazione totale “punto dopo punto”.
Dall’altro lato, scopriamo che SuperMac è molto più che “genio e sregolatezza”, è un atleta di straordinario talento che mira costantemente a superare se stesso, frustrato nel sentirsi rivolgere solo domande su Borg e fanatico di tennis al punto da scarabocchiare un’ipotesi di tabellone sulle pareti della camera d’albergo, come fossero formule di uno scienziato pazzo e incapace di parlare d’altro che strategie di gioco anche in discoteca, tra fiumi di Champagne e ammiccanti groupies.
Schermata 2017-11-08 alle 21.23.59La partita in sè assume quindi i contorni della leggenda, del piccolo e irriverente Davide che cerca di strappare lo scettro al gigante Golia (solo che al posto della fionda ha un servizio mancino divino e una voleè aliena), tra i fischi iniziali del campo centrale, troppo snob e aristocratico per poter sopportare che un bad boy ne calpesti la sacra erba.
Senza rovinare la “sorpresa” a chi non mastica tennis, possiamo solo dire che la bellezza inaudita di quella partita fece finalmente scoppiare l’amore tra il pubblico e McEnroe e pose le basi per una splendida storia di rivalità sportiva e amicizia (la prima durata purtroppo poco, causa il clamoroso ritiro di Borg a soli 26 anni; la seconda tuttora viva e scintillante).
Nel complesso, il film si difende bene e rende giustizia alla grandezza dei due personaggi, anche se le vicende extrasportive non sono mai troppo approfondite e, nel complesso, non reggono il confronto con le sequenze “di campo”, dove il rischio ciofeca è sempre molto alto e invece in questo caso il lavoro svolto sul “set” (non volevo dirlo, giuro!), dalla fotografia alle coreografie degli scambi fino al montaggio, è più che buono.
In attesa che, tra una ventina d’anni, una casa di produzione (svizzera) replichi lo stesso esperimento sulla finale Wimbledon 2008, non ci resta che infilare polsini rosso-bianco-blu e felpa Fila e sederci in tribuna; pardon, in sala.

7/10

Francesco Messina

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