baby driver poster

BABY DRIVER – Edgar Wright

baby driver poster

Recensione a cura di Flavia Ferrucci

Gli inseguimenti sono la forma di cinema più pura, insegna William Friedkin, e Edgar Wright sembra aver imparato bene la lezione. Con Baby Driver, il regista inglese omaggia i grandi maestri del cinema d’azione come Friedkin e Walter Hill, ma lo fa con una sensibilità moderna e profondamente personale. Non è certo la prima volta che Wright attinge dalla storia del cinema, ma qui il lato satirico che ha contraddistinto film come Hot Fuzz e Shaun of the Dead viene meno. Il film è un sincero omaggio a generi (cinematografici e musicali) ai quali il regista è legato, a iniziare dal titolo, rubato alla canzone omonima di Simon & Garfunkel (che chiude il film) che Wright, ha rivelato al Q&A di Roma, ascoltava sempre da piccolo. Per quanto riguarda l’omonimo pezzo dei Kiss, ha aggiunto scherzando, “forse lo userà nel sequel”.

baby-driver-1

La musica, onnipresente, è la vera protagonista del film, ed è evidente già dalla prima scena, un lungo inseguimento plasmato su Bellbottoms dei Jon Spencer Blues Explosion (gruppo preferito di Wright, e pezzo che, stando al regista, ha ispirato l’intero film). In Baby Driver sono le canzoni a guidare le immagini, ma siamo lontani dalle strutture del musical tradizionale, la musica è sempre e ostentatamente diegetica, e impone ritmi frenetici che ricordano lo stile dei videoclip più che quello del cinema musicale in senso stretto.
La motivazione narrativa che Wright ha dato a questa costante presenza di brani musicali è molto intelligente, e gli permette di costruire un personaggio credibile che strizza l’occhio al leggendario ‘Driver’ dell’omonimo film di Walter Hill. A causa di un incidente, ‘Baby’ ha un costante ronzio nelle orecchie ed usa la musica per coprirlo. Questa necessità di isolarsi lo porta anche a ridurre al minimo le sue interazioni con il prossimo, riecheggiando il personaggio interpretato da Ryan O’Neal.

baby-driver-kevin-spacey-copertina

Wright aveva già dato prova di grande maestria nella regia di scene musicali, sin dai tempi della lotta nel pub a ritmo di Don’t Stop Me Now (non a caso, i Queen ritornano anche in questo film), ma qui i risultati sono alterni. Il problema non sono le scelte musicali, ricercatissime, tra rock e tantissimo soul della Stax, leggendaria etichetta del sud degli USA, e fondamentali: Wright ha dichiarato di aver ottenuto i diritti di utilizzo prima dell’inizio della lavorazione del film, così che ogni attore potesse ascoltare la musica (anche Kevin Spacey, con degli speciali auricolari) durante le riprese.

Ansel Elgort;Jon Hamm;Jamie Foxx;Eiza Gonzalez
La vera pecca del film è invece la mancanza di un protagonista abbastanza carismatico da poter sostenere le elaborate scene tecnicamente impeccabili, dalle ‘coreografie’ complesse, con frequenti e lunghi piani sequenza. Avrebbe potuto funzionare tutto alla perfezione, ma Ansel Elgort non è credibile né come nerd amante della musica né tantomeno come spericolato criminale, e il film ne risente molto. Per non parlare della superflua sotto-trama sentimentale, che se da un lato ha un senso se si guarda al film come ad un musical, in realtà ne rallenta il ritmo, altrimenti serratissimo, e non aggiunge nulla alla storia.  Fortunatamente un ottimo cast di supporto – un Kevin Spacey divertente ma soprattutto divertito nei panni della “mente” che organizza le attività criminali, Jon Hamm in grande spolvero e Jamie Foxx in modalità turbo – sopperisce al vuoto lasciato dal protagonista. Nonostante queste pecche, però, Baby Driver funziona, perché mantiene l’essenza dei film di Wright. Il suo esplosivo amore per il cinema, dalle scene in notturna ‘rubate’ a Hill (che appare anche in un breve cameo nelle scene finali), allo zapping televisivo che mostra film di ogni genere, alle scene-sogno che ricordano American Graffiti, fino alla pizzeria “Goodfellas”, è evidente in ogni attimo. Ma soprattutto, l’azione è tanta, e non si prende mai troppo sul serio, i numerosi inseguimenti e sparatorie hanno sempre un sottofondo assurdo, ai limiti del surreale (mai del ridicolo, però), e portano lo spettatore a sorridere insieme al regista, come sempre.

Flavia Ferrucci

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *