The_Autopsy_of_Jane_Doe

AUTOPSY – André Øvredal

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Autopsy (The Autopsy Of Jane Doe), vuoi per il titolo dozzinale e la sinossi piuttosto standard, potrebbe sembrare un horror come tanti. Ma il suo background è molto più interessante: il film giunge innanzitutto con qualche notevole benedizione, come la vittoria nell’ultima edizione del prestigioso festival catalano Sitges e la regia di André Øvredal, incensato qualche anno fa per l’ingegnoso e divertentissimo mockumentary Trollhunter.
-1Idem per il cast, che riesuma (è proprio il caso di dirlo) il perenne ventenne Emile Hirsch (Into The Wild) prima promettente attore degli 00s, poi recluso negli sgabuzzini dello star system, e lo affianca al veterano Brian Cox (Braveheart, The Bourne Identity).
Sono loro, padre e figlio di professione coroner, a ricevere in una notte come tante un urgente incarico, effettuare l’autopsia di una giovane e bellissima ragazza, rinvenuta sepolta nello scantinato di una casa teatro di un’inspiegabile mattanza.
Lavoro straordinario, ad ore piccole e con una serie di imprevedibili complicazioni: il corpo dell’anonima giovane donna, ribattezzata Jane Doe, presenta tante anomalie da scriverci un libro, e nessun segno esterno di violenza.
Ora dopo ora, Jane Doe si dimostra non solo un enigma medico, ma anche un catalizzatore di strani segnali, presenze e risvegli. Il laboratorio dei Tilden diventa così, nottempo, luogo di morti che vivono e di vivi che muoiono.
Dimenticate i (lusinghieri, ma immotivati) paragoni con Cronenberg. Al di là dello svisceramento letterale della bellissima e magnetica Jane (Olwen Kelly), Autopsy non ha nulla dell’immaginario del regista canadese. Semmai, qualche venatura ironica anni 80 e contesti che rievocano Stuart Gordon col (poco) gore che si merita la nostra epoca pettinata.
the-autopsy-of-jane-doe-red-band-trailer-E’ un racconto breve, circoscritto e dai presupposti assai claustrofobici: merito di una sola location, la contorta impresa funebre e autoptica della famiglia Tilden, che non aera mai il locale e che fa soggiornare scomode ore al cospetto del corpo senza vita di Jane Doe.
Quest’ultimo è il centro di gravità delle vicende, capace nella sua diabolica inerzia di trasmettere – senza esagerare – inquietudine e senso di imminente pericolo.
Nonostante le rivelazioni scolastiche e un po’ di clichés, Øvredal dimostra idee chiare e cura per i dettagli. Forte di un cast di lusso per un horror di ceto medio e di effetti speciali di prim’ordine (vero fiore all’occhiello), il regista non perde il bandolo.
La pignoleria obbliga a sottolineare la mancanza di inventiva, soprattutto nei momenti chiave, dove tra logiche commerciali e pigrizia, il morso “che si fa ricordare” non arriva mai.
Coccolando basso budget e concedendo al massimo un sobbalzo o due, Autopsy si guadagna la sufficienza, con mestiere ed approfittando di un inverno di rara carenza horror.

6/10

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