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ANNABELLE: CREATION – David F. Sandberg

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L’operazione di Annabelle: Creation, secondo spin-off di The Conjuring dedicato all’inquietante canale demoniaco a forma di bambola, è semplice e collaudata: prendi un primo capitolo moscio e sfaticato, radilo al suolo ed erigi sulle macerie un sequel più denso, lungo, ambizioso e ragionato.
Possibilmente, costruiscici attorno una cornice narrativa solida, con un background drammatico ed umano che scaldi l’attesa per il fattore paura, un recinto che protegga le (talvolta) deboli argomentazioni orrorifiche.
Così è avvenuto per la serie The Conjuring, evolutosi da “The Amityville Horror for dummies” a insidiosa epopea dramma-spiritica, e al franchise di Ouija, da zero filmico a filmone di orrore familiare.
I nessi sono strutturali ma non solo: Annabelle atto secondo è infatti l’ultimo capitolo dell’universo filmico del regista James Wan, consolidato proprio da The Conjuring (qui si limita a produrre), e ha tra le sue protagoniste la giovanissima Lulu Wilson, vittima di Ouija – Le Origini Del Male.
Un blob tentacolare di horror che si richiamano ed influenzano a vicenda, insomma, accomunati dalla sempre evocativa tematica della possessione maligna.

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Quella di Annabelle: Creation è la maledizione della piccola Bee Mullins, morta 12 anni prima per una fatalità. Di lei rimane il dolore sul volto di mamma (Miranda Otto) e papà (Anthony LaPaglia), una stanza sigillata nell’enorme casa di campagna della famiglia, un’inquietante bambola di nome Annabelle, feticcio di Bee nonostante l’aspetto poco rassicurante.
Quando un gruppo di ragazzine orfane viene ospitato a casa Mullins, quella stanza e quella bambola sembrano calamitare le nuove arrivate, soprattutto la zoppa Janice (Talitha Bateman, La Quinta Onda), che dopo un incontro molto, molto ravvicinato con Annabelle non sembra essere più la timida bimba di prima…

Del resto, ogni casa americana con più di tre locali ha il suo spirito, ogni bambolotto in abiti vintage prima o poi si muoverà e guarderà verso di te, ogni morte tormentata si traduce in un ritorno paranormale altrettanto tormentato.
Ma la fiera dei luoghi comuni e la solita devozione per la filosofia dei jumpscares (in italiano, una volta, si chiamavano “sobbalzi”) non traviano il film di David F. Sandberg, che dopo i fasti – da me non condivisi – di Lights Out conferma buona gestione dei momenti di quiete e di quelli di tempesta.

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Il secondo Annabelle parte cadenzato, con un ventaglio notevole di sfighe terrene – morte dei figli, orfani, menomazioni – confermando l’ambizione preliminare di drammatizzare la paura.
Poi, una volta scoperte le carte (ma ci aveva già pensato lo spoilerantissimo trailer), la storia si fa meno prevedibile, più macabra e visivamente esplicita. Le vittime infantili non sono una novità dell’horror, ma qualche scena è più molesta del previsto e rischia di togliere qualche minuto di sonno sia a chi guarda, sia a chi le ha interpretate.
Con bravura e credibilità, le piccole attrici di Annabelle sono il prezioso tesoretto di cui giova il film e che valorizza i momenti clou. Soprattutto la Bateman tormentata dalle presenze e la Wilson, che dopo Ouija conferma di essere la più adorabile, versatile, baby scream queen della storia dell’horror.
E’ grazie a loro, ma non solo, che Annabelle: Creation porta a casa il risultato: il connubio tra sopran- e naturale è perfettamente bilanciato, e mentre una manciata di sequenze claustrofobiche rimangono negli occhi (il montacarichi e la stalla sono due sotto-location notevoli), piccoli tasselli di umanità infrante emergono, costituendo un racconto che è, fra i suoi risvoltini, più di una storia di mostri.

6,5/10

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